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La giusta chiave di lettura di questo post è esattamente l'opposto di quello che verrebbe in mente leggendo il suo titolo, eppure mai parole furono messe meno a caso. In aiuto a chi non avesse ancora bene inteso aggiungo che questo sarà un post d'amaro e d'incoscienza. Oggi sono andato a pesca, questa doveva essere l'ultima uscita salernitana prima che le vacanze di Natale e il conseguente ritorno a casa mi spingessero verso spot d'acque interne. Già ci sono stati i primi contatti con "gli amici del paese" che mi hanno informato di cavedanoni mannari in attesa di intrepide lenze... Anche io con il mio spinning sono stato invitato, seppur questo strambo sistema non può certo rivaleggiare con la "nobile" bolognese... Bene, la sfida è lanciata ma prima occorre porre rimedio a questa lunga fila di cappotti in saltwater, ed oggi sarebbe stata l'ultima possibilità prima dell'anno nuovo. Presto fatto dunque, alle 15:30 sono già sullo spot, unici compagni uno zainetto azzurro pieno d'artificiali e di speranze, e la mia principessa Solpara, fida compagna ed elegante fioretto che altro non chiede se non confrontarsi con qualche degno avversario, e la lunga attesa rende la caccia solo più emozionante, e la fame s'accresce. Gli spot che giro in realtà sono vari, tutti ad un passo l'uno dall'altro, ma ognuno diverso per proprie caratteristiche. Anche gli artificiali che provo sono diversi: minnow, raglot, shad, tube e piccoli ondulanti bagnano l'acqua a rotazione uno dopo l'altro alla ricerca dell'esca giusta nel posto giusto per la giusta preda. Questa è una delle fasi che preferisco, l'interpretazione dello spot alla ricerca della giusta chiave di lettura per venire a capo dell'enigma che ogni battuta di pesca porta con sè. Nonostante ciò l'incantesimo non pare aver voglia di spezzarsi, e ancora mantengo i nervi saldi per sconfiggere quella situazione di impotenza che come un tarlo rode la mente di ogni spinner di cappotto in cappotto. Ma si sà, queste sono storie a lieto fine, bisogna crederci e insistere ancora. Alla fine chi la dura la vince, e si sà che nello spinning è così. Sconfitto dunque il tarlo dell'impotenza mi abbandono al piacere stesso del lancio. Il lancio è un'arte, ed un lancio pulito è bello di per sè. Mi gusto momento per momento tutti i movimenti che compongono un buon lancio, il caricamento, la torsione del busto, la spinta e il vibrare della canna che accompagna il volo della leggerissima esca proprio lì, dove il mare spuma e la speranza si annida. Di lancio in lancio mi sorge un pensiero, un desiderio, ovvero quello di scrivere un report di pesca, ma ormai s'è fatta sera e l'ombra di un altro cappotto si stende densa e cupa anche su quest'uscita. Posso scrivere un report sull'ennesimo cappotto? Luigi direbbe di si, ma io fatico a riuscirci. Ovvero potrei farlo, ma per raccontare cosa? Quale sarebbe la chiave del racconto? Fatico a darmi una risposta e lascio sfumare l'idea fra un lancio e un'altro. Ma poi... qualcosa accade, qualcosa di grave, d'irreparabile. Caricamento, torsione, lancio e vettino che parte insieme all'esca. NO! Capita, succede a tutti, non è una cosa grave ma qualcosa stavolta è diverso... Oh NO!! Sono lì a lanciare, davanti a me fra rocce bagnate e il mare vero, quello profondo e rissoso che spuma ci sono due scogli a V e il vettino vi finisce fatalmente oltre. Fosse capitato in un qualsiasi altro posto... Il Sangue mi si gela nelle vene... "non poteva andare peggio!" Mantengo la calma, recupero velocemente cercando di tenere il filo alto in modo da alzare il fusto del vettino e impedire l'aggancio facendolo scivolare sopra gli scogli. Inutile. "non poteva andare peggio!" Mantego ancora la calma, cerco di districarmi il più possibile per disincagliarlo ma l'aggancio è solido e il vettino non si muove. "non poteva andare peggio!. I nervi sono saldi, ci sono le onde. Allento il filo e faccio come quando sono gli artificiali ad incagliarsi fra le rocce. Aspetto sia l'onda a disincagliarlo. Oggi già m'era riuscito varie volte, altre volte no, e questa è una di quelle. Passa la prima onda, la seconda, la terza... nulla. "non poteva andare peggio!". Ho ancora un filo che mi unisce al vettino, e lui è lì, a pochi metri... Fra scogli, acqua ed onde certo... ma a pochi metri. DEVO RECUPERARLO. No, non dovevo, ci avevo provato a disincagliarlo ma una serie di sfortunati eventi... Non si può, devo accettare la realtà, non si può... ormai è perso. Mentre sto ancora ultimando questo pensiero già mi ritrovo in mezzo alle roccie che avanzo implacabile ed incosciente. Il filo che mi lega ancora al vettino, non è perso... Poi viene l'onda. Attesa, annunciata, prevista eppure maledetta, ma arriva. Mi investe e mi fa scivolare. Zuppo, dalla vita in giù, e il filo si è spezzato. "non poteva andare peggio!". Folle idea, prevedibile epilogo. Fa freddo, il freddo di un dicembre inoltrato ad un passo dal Natale, e tira vento, un vento gelido. Ormai sono bagnato... è lì... Ma lì non c'era. L'onda che non aveva saputo disincagliarlo quando l'attendevo per riavere intera la principessa l'ha fatto ora per portarla via da me. INCOSCIENTE. Si... ora che ci penso... Ma dovevo pensarci prima. Poteva andare peggio, ora che ci penso poteva andare molto peggio. Potevo scivolare un passo più avanti e lasciarmi travolgere nel mare vero, il freddo mare di dicembre e con quei vestiti pesanti... Ma ora sono qui a riflettere sulla mia incoscienza con questa sensazione di impotenza, con l'orgoglio ferito ed il dolore nel cuore per non aver salvato la principessa. Take me to the saltwater paradise... avrei preferito significasse altro.
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