Novembre 27, 2022

LRF Light Rockfishing, ultralight game all’italiana

Nel bagagliaio di esperienze di un buon pescatore, non possono mancare delle nozioni di Rockfishing, una tecnica di pesca innovativa

che, partita dal lontano oriente (tanto per cambiare ndr.) ha impiegato davvero poco a farsi conoscere in ogni angolo del Mondo, acquisendo delle caratteristiche varianti, derivate dalla tipologia di posti e predatori presenti nei vari ambienti locali.

Oggi leggiamo il racconto di un lettore, che ci scrive dall’estremo sud della Calabria, una terra (ed un mare) che, associata alla sua bravura, inventiva e conoscenza, sta portando alla luce una nuova frontiera della pesca a spinning in mare, ultralight all’italiana.
Think, Feel, Fish è il suo pensiero, il messaggio è chiaro, si tratta un molixiano senza mezzi termini a cui vanno i miei personali complimenti e un grande ringraziamento per aver condiviso con noi di PLANETSPIN.it le sue esperienze.

Vi sono giorni o intervalli di tempo in cui i grossi predatori sembrano assenti, ma questo fattore è inversamente proporzionale alla voglia di noi spinner, di giocare con i nostri “burattini” da animare in acqua. Sono proprio quei giorni in cui il nostro ingegno viene a galla e raggiunge il massimo del suo significato, tentando di tutto pur di pescare ed effettuare catture, raggiungere il nostro obiettivo.
La mia proposta per assicurarsi il divertimento è una, “Rockfishing game“.
Questa tipologia di pesca punta alla ricerca di serranidi da tana e di fondale, quali cernie, scorfani, ghiozzi, talvolta anche grossi sparidi, ma anche spigole, piu rari i cefali e i polpi.

ATTREZZATURA
Muniamoci di una canna da spinning molto sensibile, una monopezzo con azione non superiore ai 12g andrà benissimo, accoppiata ad un mulinello di taglia piccola, ad esempio un 2500, caricato con un trecciato da 6 max 8lb a cui congiungeremo uno spezzone di fluorocarbon fra lo 0.18 e lo 0.25 mm, senza mai andare oltre.
Una volta fatto questo passo inizieremo a preoccuparci delle esche, siliconiche ovviamente.
Esse potranno essere attaccate ad un moschettone molto piccolo, per assicurarci in acqua un movimento il più naturale ed adescante possibile, allo stesso tempo ci permette un rapido cambio di artificiale.
I nostri siliconi, vermetti piccoli, shad o grub, dovranno essere innescati su testine piombate che vanno da 1 a un massimo di 3g.
Chi pesca il black bass, noterà subito le analogie con questa attrezzatura e leggendo il tutto vedrà in alcuni passi che si avvicina alla tecnica specifica “finesse”.

Una volta chiusa questa prima ed importante fase, non ci resta che andare a ricercarci gli spot che ci diano soddisfazioni e soprattutto divertimento.

LA RICERCA DELLO SPOT
Io personalmente prediligo l’interno dei porti, pescando rasente alla murata della banchina o a pochi passi da essa, in quanto questa location è frequentata da pesci di ottime dimensioni, adeguate alla nostra attrezzatura.
Ottime alternative alla banchina portuale sono le spiagge a fondale roccioso e le scogliere artificiali: in quei “buchi” che rimangono fra i frangiflutti o in quelle fessure che danno alloggio a grossi predatori.

TECNICA DI RECUPERO
Punto saliente del Rockfishing, è la tipologia di recupero dell’artificiale, innanzitutto il siliconcino dovrà stazionare sul fondale e sollevarsi un massimo di 30cm. Una volta raggiunto il fondo inizieremo un recupero con jerkatine continue, in maniera da causare in acqua vibrazioni attrattive.
Alterneremo ad esse jerkate molto morbide a canna orizzontale in maniera da far compiere al nostro silicone dei “balzi” lunghi, quasi come se si muovesse in assenza di gravità per poi ricominciare con le jerkate secche guarnite ogni tanto con qualche stop and go e recuperi lineari per brevi tratti.
Detto questo non ci resta che andare a provare no?

UN SEGRETO
Ma vi raccomando…frizione serrata! Taratela eventualmente solo dopo aver allamato e sollevato la preda dal fondale, la cernia tende sempre, una volta in difficoltà, a rientrare in tana e una volta all’interno di essa si gonfia allargando gli opercoli branchiali divenendo praticamente la “tomba” del nostro artificiale.

Finisce qui la prima parte di questo interessante articolo, seguirà a breve la seconda, in cui cercheremo di fare una selezione su canne ed esche, delle particolarità sulle colorazioni e del loro rapporto con il peso delle testine piombate da associare.

Un saluto a tutti gli amici di PLANETSPIN!