La riapertura di una parte del Molo Sud del porto di Ortona alla pesca sportiva e ricreativa rappresenta una notizia importante, ma soprattutto un precedente che merita l’attenzione di pescatori, associazioni e amministrazioni locali.
Dal 1° giugno 2026 è nuovamente possibile pescare nell’ultimo tratto del Molo Sud, per una lunghezza di circa 300 metri in prossimità del fanale rosso. Non si tratta di un’apertura indiscriminata dell’intero porto, ma dell’individuazione di uno spazio preciso nel quale la pesca può essere praticata rispettando regole stabilite dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centrale e dalla Capitaneria di Porto.

Il regolamento prevede il possesso della documentazione richiesta dalla normativa nazionale, l’impiego di dispositivi ad alta visibilità nelle ore serali, il rispetto delle limitazioni legate alle condizioni meteomarine, il corretto conferimento dei rifiuti e il divieto di scendere sui massi di protezione dell’infrastruttura. Nelle zone autorizzate deve inoltre essere garantito il libero transito pedonale.
Quello di Ortona è quindi un esempio concreto di convivenza tra sicurezza portuale, fruizione pubblica e pesca ricreativa.
Perché i porti sono così importanti per i pescatori
In molte città italiane gli appassionati incontrano difficoltà crescenti nel trovare luoghi accessibili nei quali pescare legalmente e in condizioni accettabili di sicurezza. Tratti di costa privatizzati, scogliere difficili da raggiungere, divieti, cantieri e limitazioni portuali hanno ridotto progressivamente gli spazi disponibili, soprattutto nei centri urbani.
I moli e le dighe foranee rappresentano, invece, ambienti particolarmente interessanti. Consentono di raggiungere fondali maggiori senza utilizzare un’imbarcazione e possono offrire opportunità per diverse tecniche, dalla bolognese allo spinning, dall’eging alla pesca a fondo.
Naturalmente un porto non può essere considerato un normale tratto di costa. Al suo interno si svolgono attività commerciali e professionali, transitano mezzi e imbarcazioni e possono essere presenti zone sottoposte a particolari misure di sicurezza. Proprio per questo la soluzione non dovrebbe essere una contrapposizione tra apertura totale e divieto assoluto.
Il modello più ragionevole è quello adottato a Ortona: individuare una zona compatibile con le attività portuali, delimitarla, stabilire regole chiare e prevedere la possibilità di sospendere l’accesso in presenza di operazioni portuali, lavori, manifestazioni o condizioni meteomarine pericolose.
Un’occasione per far crescere il movimento della pesca
La creazione di aree dedicate potrebbe contribuire concretamente alla crescita del movimento della pesca sportiva e ricreativa italiana. Uno spazio regolamentato può diventare un luogo di incontro tra generazioni, una sede per corsi rivolti ai principianti, iniziative ambientali, giornate dedicate ai ragazzi e attività organizzate dalle associazioni.
Può inoltre migliorare il rapporto tra pescatori e istituzioni. Quando esistono regole precise, controlli e responsabilità condivise, diventa più semplice contrastare l’abbandono dei rifiuti, l’occupazione disordinata degli spazi e i comportamenti pericolosi che spesso diventano la causa di nuovi divieti.

Associazioni e gruppi locali potrebbero collaborare con Comuni, Autorità portuali e Capitanerie attraverso attività di informazione, pulizia periodica, monitoraggio e sensibilizzazione. Anche l’installazione di cestini, illuminazione, cartelli, salvagenti, colonnine di emergenza e stalli numerati contribuirebbe a rendere queste zone più sicure e ordinate.
L’esperienza di Ortona dovrebbe quindi essere studiata come progetto di riferimento da replicare, con gli opportuni adattamenti, in altre città italiane nelle quali la disponibilità di posti di pesca è particolarmente limitata.
Quanto vale economicamente la pesca ricreativa
È importante chiarire una distinzione. La pesca ricreativa comprende le attività svolte nel tempo libero e senza finalità commerciali, mentre la pesca sportiva, in senso più rigoroso, indica soprattutto l’attività agonistica, associativa e regolamentata. I due termini vengono spesso utilizzati insieme e non esistono dati economici nazionali sufficientemente precisi per confrontarli come due settori completamente separati.
Secondo una ricerca europea sulla pesca ricreativa marina, circa 8,7 milioni di pescatori hanno effettuato complessivamente 77,6 milioni di giornate di pesca, generando una spesa diretta annuale stimata in circa 5,9 miliardi di euro. Uno studio realizzato per il Parlamento europeo ha valutato l’impatto economico complessivo in circa 10,5 miliardi di euro e quasi 100.000 posti di lavoro sostenuti.
In Italia le stime sul numero dei praticanti variano in base alla definizione e al metodo di rilevazione. Un recente approfondimento sulla pesca ricreativa italiana parla di oltre un milione di praticanti, mentre altre analisi di mercato arrivano a circa 2,5 milioni considerando insieme acque interne, mare, attività occasionale e agonismo. Proprio questa differenza dimostra la necessità di un sistema di monitoraggio più preciso.
L’indotto non riguarda soltanto canne, mulinelli, fili ed esche. Ogni uscita può generare spese per carburante, pedaggi, parcheggi, bar, ristoranti, pernottamenti, negozi di pesca, abbigliamento, guide, noleggi, manutenzione delle attrezzature e servizi turistici. Una parte consistente di questo denaro rimane direttamente sul territorio che ospita lo spot.
Una possibile stima per una zona portuale dedicata
Al momento non risulta pubblicato uno studio economico specifico sull’indotto prodotto dal Molo Sud di Ortona. È però possibile costruire uno scenario prudenziale per comprendere l’ordine di grandezza.
Se una zona portuale dedicata attirasse mediamente 50 pescatori al giorno per 200 giornate all’anno, produrrebbe 10.000 presenze. Considerando una spesa locale media compresa tra 25 e 60 euro per ogni presenza, tra carburante, pasti, esche, minuteria e acquisti nei negozi, l’impatto diretto potrebbe collocarsi tra 250.000 e 600.000 euro all’anno.
A questa cifra potrebbero aggiungersi pernottamenti, eventi, gare, corsi, accompagnatori e acquisti di beni durevoli. Non è una valutazione ufficiale relativa a Ortona, ma un esempio di calcolo che ogni Comune potrebbe rendere più preciso attraverso questionari, conteggio degli accessi e collaborazione con commercianti e associazioni.
Anche uno spot frequentato da numeri più contenuti può produrre risultati interessanti. Con 20 pescatori medi al giorno, 150 giornate di utilizzo e 30 euro di spesa sul territorio, si arriverebbe comunque a circa 90.000 euro di spesa diretta annuale.
Dalla semplice apertura a un progetto territoriale
Per trasformare uno spazio portuale in una vera opportunità occorre andare oltre la semplice rimozione di un divieto. Serve un progetto basato su sicurezza, sostenibilità e raccolta dei dati.
Il Comune o l’ente gestore potrebbe registrare gli accessi, rilevare la provenienza dei pescatori e stimare le spese effettuate sul territorio. Sarebbe così possibile conoscere l’impatto reale dello spot sul quartiere, sulla città e sulla provincia, evitando di utilizzare soltanto stime generiche.
Le aree dedicate potrebbero ospitare giornate ecologiche, corsi per ragazzi, incontri sulla sicurezza, dimostrazioni tecniche e piccoli eventi promozionali. Dove le condizioni lo consentono, si potrebbero valutare anche manifestazioni sportive con un numero controllato di partecipanti.
La sostenibilità dovrà restare centrale. Apertura non significa assenza di regole: rispetto delle misure minime, limiti di cattura, tutela delle specie, corretta gestione dei rifiuti e monitoraggio dell’attività sono condizioni indispensabili per conservare nel tempo questi spazi.
Un modello da proporre in altre città italiane
L’iniziativa di Ortona dimostra che, attraverso il dialogo tra istituzioni, autorità marittime e comunità locale, è possibile trovare un equilibrio tra esigenze portuali e diritto alla fruizione responsabile del mare.
Nelle città dove i pescatori hanno perso gran parte degli accessi sarebbe utile avviare tavoli tecnici per individuare tratti di moli, banchine o dighe compatibili con la pesca. Ogni porto presenta caratteristiche differenti, ma il principio può essere replicato: aree delimitate, regolamento pubblico, standard di sicurezza, sospensioni temporanee quando necessarie e responsabilizzazione degli utilizzatori.
La pesca ricreativa non deve essere vista soltanto come un’attività individuale. Può generare socialità, presidio del territorio, educazione ambientale, turismo e un indotto economico che interessa numerose attività locali.
Ortona ha aperto una strada. Adesso associazioni e comunità di pescatori possono utilizzare questa esperienza come riferimento per presentare proposte concrete in altre città italiane, dimostrando che una pesca regolamentata, sicura e responsabile può diventare una risorsa per il porto e per tutto il territorio.
Fonti principali
- Regolamento di fruizione del Molo Sud del porto di Ortona
- Riapertura del Molo Sud di Ortona
- MASAF – Comunicazione per la pesca sportiva e ricreativa in mare
- Studio del Parlamento europeo sul valore della pesca ricreativa marina
- Rapporto 2025 sugli strumenti di gestione della pesca ricreativa
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